Riscaldamento globale: intervista agli esperti – parte 1

I colori sulla mappa rappresentano la differenza di temperatura rispetto al valor medio calcolato sul periodo 1951-1980: in blu le zone più fredde rispetto al riferimento, in rosso quelle più calde.
Ogni anno il Goddard Institute for Space Studies della NASA analizza i dati globali di temperatura. I colori sulla mappa rappresentano la differenza di temperatura rispetto al valor medio calcolato sul periodo 1951-1980: in blu le zone più fredde rispetto al riferimento, in rosso quelle più calde. Qui accanto I valori per il periodo 1905-1909, nella pagina a fronte quelli per il periodo 2005-2009. Approfondimenti su https://data.giss.nasa.gov/gistemp/

In questo periodo è di grande attualità il dibattito sul clima, sensibilizzati da un lato attraverso presunti dubbi sui modelli climatici, dall’altro dalle iniziative mediatiche come “Fridays For Future”. Per districarsi meglio tra ciò che viene detto o scritto sui media, abbiamo pensato di parlare con chi, per lavoro, si occupa di clima e/o di meteorologia, abbiamo deciso di rivolgerci agli esperti.

Con questo articolo inizia quindi una mini-serie di interviste a diverse figure professionali impegnate in questo ambito. In questa prima puntata intervistiamo Angelo Amicarelli, meteorologo.

1. Parlaci del tuo lavoro e della tua formazione

Ho studiato Ingegneria Meccanica al Politecnico di Milano, poi ho iniziato ad approfondire la mia passione per la meteorologia facendola diventare il mio lavoro. Ho lavorato per poco più di un anno presso Meteosolutions, meglio nota al grande pubblico per il sito 3Bmeteo, dove il mio compito principale era quello di meteorologo, ossia di previsore del tempo, oltre a scrivere articoli sempre incentrati su meteo e clima. Infine 9 anni fa ho aperto la mia azienda, MeteoArena srl, che si occupa di meteorologia professionale, quindi per società che, a vario titolo, hanno bisogno di dati e servizi incentrati sul tempo atmosferico.

2. Quali sono le differenze tra climatologia e meteorologia?

La differenza fondamentale tra meteorologia e climatologia è la scala temporale. Per meteorologia s’intende lo studio dei fenomeni atmosferici e, ovviamente, le cause che lo determinano. Il tutto entro un orizzonte temporale breve. La climatologia invece utilizza scale temporali lunghe, e in definitiva studia le condizioni atmosferiche “usuali” o per così dire “medie” di una determinata regione, nazione o anche singola località. Possiamo dire che la somma di molte situazioni meteorologiche porta ad una situazione climatologica.

Quindi se lo scopo è quello di conoscere che tempo farà nei prossimi giorni o analizzare il tempo atmosferico in atto, o anche il tempo che c’è stato in passato in un determinato giorno, ecco che ci rifaremo alla meteorologia.

Viceversa se volessimo conoscere le zone più calde o più ventose o più nevose di una regione, o di una nazione, ecco che faremmo riferimento alla climatologia.

3. Cosa dice la tua disciplina a proposito del cambiamento climatico?

In primo luogo vorrei fare una premessa: la scienza ricerca la verità, non elargisce certezze. Chi cerca certezze, deve guardare altrove. Ciò premesso è innegabile che la temperatura media della Terra sia aumentata negli ultimi due-tre secoli. L’aumento è ormai di circa 1,1°C rispetto al periodo pre industriale. Chiunque fosse scettico al riguardo, portando avanti obiezioni del tipo “i termometri una volta non erano precisi” o “il termometri una volta erano in aperta campagna, ora sono stati inglobati dalle città” può tranquillamente non credere a quanto riporta la scienza al riguardo, e constatare con i suoi occhi come, nella quasi totalità dei casi, i ghiacciai si siano pesantemente ritirati nello stesso arco temporale.

Se poi andiamo ad indagare le cause di questo riscaldamento, già avvenuto e tutt’ora in atto, vediamo che la quasi totalità della comunità scientifica è concorde nell’affermare l’origine antropica del riscaldamento. In buona sostanza, il riscaldamento in atto è dovuto alle emissioni di gas serra da parte dell’uomo.

Questo non significa che la Natura non sia in grado di “ribaltare” la situazione, per quanto ne sappiamo domani potrebbe esserci una devastante eruzione vulcanica in grado, con le sue ceneri, di oscurare (parzialmente) i raggi solari e  determinare un calo delle temperature su tutta la Terra. O il Sole potrebbe irradiare meno energia, sempre portando ad un calo delle temperature. Però la cosa ampiamente accettata dalla stragrande maggioranza di chi si occupa di clima, è che questa specifica fase di riscaldamento globale, iniziata all’incirca nel 1800, è spiegabile solamente con il contributo antropico, ossia con l’emissione di gas serra in atmosfera.

4. Ci sono diatribe in corso su questo argomento, nella comunità scientifica?

Anche in questo caso sono costretto a fare una premessa: uno scienziato che non si occupa di clima, quando parla di clima non è autorevole. Per comunità scientifica bisogna intendere solamente quei ricercatori che hanno pubblicato su riviste scientifiche serie, articoli che riguardano il clima e, più in generale, le scienze della Terra. Pubblicare significa che altri ricercatori e scienziati hanno avuto modo di leggere, controllare, indagare il lavoro altrui, confermando la validità metodologica e la correttezza dei calcoli. Se ci atteniamo a queste pubblicazioni, scopriamo che la causa antropica del riscaldamento è confermata con maggioranze che fanno impallidire la Bulgaria del secondo dopoguerra. Ovviamente ci sono delle ricerche che affermano il contrario, proprio perché la scienza è per sua natura dubitativa, ma stiamo parlando di mosche bianche. È anche molto indicativo il fatto che molti “scettici” sulla causa antropica del riscaldamento, nel corso degli anni hanno mutato il loro atteggiamento.

5. Si sente parlare spesso di un gruppo di scienziati che ha scritto una lettera aperta che smentirebbe il legame tra attività umana e cambiamento climatico. Chi sono queste persone, quali le loro affermazioni e che prove ci sono a sostegno di queste?

Sono in alcuni casi autorevoli scienziati, in altri casi professori universitari, tutti accomunati dal fatto di non occuparsi di clima. Solo in rarissimi casi ci sono dei climatologi tra i firmatari di queste teorie che, ahinoi, non brillano per pubblicazioni. Sarebbe auspicabile avere un dibattito costruttivo, invece non vengono mai portate argomentazioni valide. Ci si limita a enunciare postulati vuoti, senza trovare pubblicazioni scientifiche che avvalorino le loro tesi.

6. Quanto dei contenuti del messaggio di Greta Thunberg è scientificamente corretto?

Premesso che la querelle pro o contro Greta non mi appassiona per nulla, la maggior parte delle sue affermazioni sono scientificamente valide. Possiamo dire che Greta sia il megafono, con una dose di pathos in più, di quello che gli scienziati che si occupano di clima vanno dicendo da anni. I dati che Greta enuncia non sono altro che le sintesi dei report ufficiali dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), quindi prodotti da scienziati che hanno pubblicato su riviste scientifiche, sottoposte a revisione tra pari. Se posso permettermi, quando la questione diventa anche politica, ossia cosa fare appurato che il riscaldamento globale è di natura per lo più antropica e che potrebbe portare a conseguenze disastrose, ecco che allora la sola critica non basta più, occorrerebbero delle proposte concrete e percorribili.

7. Quali misure può prendere la politica per migliorare la situazione?

Anche in questo caso, la questione non è più puramente scientifica, ma addentrandosi nella politica, nell’economia, nel sociale, tocca aspetti strettamente umani dai quali non si può prescindere. La mia personale opinione è che bisogna, seriamente, gestire per tappe la decarbonizzazione. Per sostenere una popolazione di 6 miliardi di persone, in continua crescita, con l’obiettivo di dare una vita quantomeno dignitosa a tutti, anche ai nati in paesi oggi molto poveri, serve una quantità di energia enorme. Ecco che bisogna saper gestire da una parte questa richiesta d’energia, e, dall’altra, la sostenibilità di tutto il sistema, anche e soprattutto dal punto di vista ambientale. La mia personale opinione è che gli sforzi maggiori debbano concentrarsi sulla produzione di energia da fusione nucleare che risolverebbe in maniera radicale il problema. Nel frattempo si può cercare di minimizzare il danno, puntando su efficientamento energetico, maggiore produzione da fonti rinnovabili (ma non totale) al fine di decarbonizzare gradualmente il sistema.

8. Cosa potremmo fare noi singoli in prima persona?

Ci sono tanti piccoli atteggiamenti “virtuosi”. Usare il meno possibile l’auto privata, privilegiando la bici o una semplice camminata o i mezzi di trasporto pubblico. Cercare di accendere l’aria condizionata in estate ed il riscaldamento in inverno con maggior parsimonia, abituandosi ad avere 1°C in più o 1°C in meno. Preferire il treno all’aereo ove possibile e, in generale, essere accorti a non sprecare energia, quindi spegnere le luci se si abbandona una stanza, etc…

9. Nei dibattiti si fa spesso confusione fra “effetto serra” e il problema del buco nell’ozono. Sono due fenomeni in qualche modo correlati? In cosa consistono?

Sono due fenomeni accomunati dall’essere di origine antropica, altri punti di contatto non ve ne sono. Il cosiddetto “buco dell’ozono” dipende dalla produzione dei CFC (cloro fluoro carburi) che si legano alla molecola di ozono (O3), gas presente in abbondanza nella stratosfera, ossia tra i 10 ed i 50 km d’altezza circa, scindendo l’ozono stesso, così da ridurne la concentrazione. L’ozono ha un ruolo determinante nel filtrare la radiazione solare ultravioletta, ossia con energia maggiore rispetto allo spettro del visibile e pericolosa non solo per l’uomo (associata a tumori della pelle in particolar modo) ma anche per altri animali e vegetali. È bene ricordare che esiste una variazione ciclica nel corso dell’anno, associata all’incedere delle stagioni, nella concentrazione di ozono stratosferico. Il cosiddetto “buco dell’ozono” si riferisce invece ad una riduzione costante, non ciclica, della sua concentrazione, ad opera dei CFC. Questo problema è stato individuato già a metà degli anni ’80 e, fortunatamente, la messa al bando dei CFC ha determinato un sensibile miglioramento della situazione.

Per “effetto serra”, invece, s’intende la capacità da parte dell’atmosfera terrestre, più in particolare di alcuni gas che compongono l’atmosfera, di tenere “intrappolato” il calore senza che questo si disperda per irraggiamento nello spazio. Se non ci fosse l’atmosfera, e quindi l’effetto serra, la vita sulla Terra non sarebbe possibile, almeno come la conosciamo. Il problema deriva dall’eccessiva presenza di questi gas serra, in particolare la CO2 e il metano CH4. Per quanto concerne la CO2 la sua concentrazione, per quanto esigua, ha un impatto enorme sul clima terrestre. L’attuale concentrazione supera le 400 parti per milione (ppm), attestandosi intorno alle 410, con picchi fino a 415 ppm. Possiamo stimare che prima della rivoluzione industriale la concentrazione fosse di circa 280 ppm, per salire a circa 315 ppm nel 1960. Come si vede, la vera impennata si è avuta dal 1960 ad oggi. Si ritiene che mai nella storia del nostro Pianeta ci sia stato un cambiamento così repentino nella concentrazione della CO2 atmosferica e che la causa sia assolutamente di natura antropica. Questa differenza di circa 100 ppm determina un forcing radiativo di circa 1.7W/m2 , ossia la Terra ha a disposizione più energia rispetto a prima, perché il calore resta “intrappolato” nell’atmosfera. Si stima che circa il 70% del riscaldamento di natura antropica derivi proprio dell’extra concentrazione di CO2.

10. Come mai l’uomo ha un impatto così grande? In quali periodi storici è stato raggiunto questo livello di CO2 e cosa comporta in termini ambientali?

L’uomo ha un impatto così grande poiché produce circa 37 Giga Tonnellate (Gt) di CO2 ogni anno e il trend è in aumento, al ritmo del 2,5 / 3% all’anno. Nel 1960 la produzione era poco inferiore alle 10 Gt. È facile dimostrare come queste emissioni siano interamente (o quasi) responsabili dell’aumento di concentrazione di CO2 atmosferica e, quindi, di buona parte del riscaldamento in corso. Da quando l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla Terra, mai la concentrazione di CO2 è stata così alta. Se, invece, consideriamo l’intera storia del nostro Pianeta, allora certamente vi sono stati periodi con concentrazioni di CO2 (e temperature) superiori alle attuali. Torno a ribadire, però, che mai si era assistito a un cambiamento tanto repentino e, soprattutto, la causa di questo incremento è determinata dalla quantità di combustibili fossili per l’appunto combusti dall’uomo.

11. Un effetto del riscaldamento globale di cui si sente parlare spesso è quello della “acidificazione degli oceani”. Di cosa si tratta e che conseguenze ha sugli ecosistemi e sulla vita?

L’acidificazione degli oceani consiste nella riduzione del pH delle acque marine. Si stima che circa un quarto della CO2 atmosferica venga assorbita dagli oceani e, in seguito a complesse reazioni fisico chimiche, questa CO2 diventi acido carbonico (H2CO3). Come facilmente intuibile, la maggior presenza di un acido riduce il pH della soluzione in cui è disciolto. Questo mutato pH determina, in generale, la proliferazione della vita vegetale sottomarina, a discapito di quella animale, che necessita di ossigeno per sopravvivere. Avremo, quindi, un mutamento di abitudini dei pesci che tenderanno a prediligere zone meno densamente coperte da vegetazione. A prima vista una cosa da poco, ma che se dovesse andare avanti, porterebbe ad una graduale estinzione delle forme di vita animali presenti negli oceani, senza contare lo sbiancamento dei coralli, ossia la morte delle alghe che li ricoprono) o le difficoltà per molluschi e crostacei che vedono assottigliarsi la loro “corazza” formato da carbonato di calcio, facilmente attaccabile dalla maggiore acidità.

12. La soluzione proposta da Greta Thunberg di piantare alberi può funzionare?

Gli alberi sono naturali fonti di “stoccaggio” della CO2 atmosferica. Quindi si, piantare nuovi alberi ha certamente un beneficio nel ridurre la concentrazione di CO2 e quindi ridurre il GW. Si stima che la fotosintesi sia aumentata di circa il 30% dall’inizio dell’era industriale, proprio per la maggior disponibilità di CO2. Una sorta di “fertilizzante” per le piante, insomma, che in questo modo hanno calmierato l’incremento della CO2 atmosferica. Ci sono varie prove che le piante producono più legno, che, in definitiva, è il risultato della fotosintesi.

Tuttavia vi sono dei limiti, ossia le piante non saranno in grado di assorbire “all’infinito” le maggiori concentrazioni di CO2 presenti nell’atmosfera. Restano parecchi dubbi sulle capacità generali del sistema “Terra” nello stoccare naturalmente la CO2 e questo è uno degli aspetti che genera maggiore incertezza quando si parla di previsioni del clima nei prossimi anni o secoli.